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Polemiche per l’aumento delle tasse su tutte le rendite finanziarie

legge stabilitàLe rendite finanziarie 2014 costituiscono un altro elemento importante della riforma economica di Renzi. Quest’ultimo vuole portare la tassazione al 26%, in modo da riuscire ad avere una buona copertura a livello finanziario. Si ha, quindi, un inasprimento, che, secondo ciò che ha detto Renzi, è in grado di metterci in linea con il resto dell’Europa, visto che la media europea dell’aliquota è pari a circa il 25%. In Francia, ad esempio, siamo al 24%, in Germania al 26,3%. Nel nostro Paese, tuttavia, c’è un certo disordine a livello normativo, perché in Italia (unico caso in Europa) si ha un trattamento agevolato sui titoli di Stato.

La nuova aliquota comporterà una rimodulazione delle tasse, anche se non sappiamo ancora a quali elementi verrà applicato questo principio. Il prossimo passo da compiere è proprio quello di saperne di più in questo senso. Tra Jobs Act, patrimoniale e cuneo fiscale, Matteo Renzi sta già facendo il pieno di polemiche. Se il lavoro rappresenta il cuore della sua opera di governo in queste prime settimane, non meno importante è la questione delle rendite finanziarie e dell’aumento delle tasse sui ‘beni mobili’. Da più parti si paventa un’azione volta ad aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie, pur escludendo (al momento, almeno) i Bot. La linea guida di Renzi è quella di tassare il guadagno non produttivo, ma siamo davvero sicuri che più tasse si traduca sempre in crescita economica? Anche se, come pare, si tengono al riparo i piccoli risparmiatori?

Le polemiche

Il primo a far nascere la polemica è stato Graziano Delrio, in una intervista nella quale si paventava l’aumento delle tasse su tutte le rendite finanziarie, buoni ordinari del tesoro inclusi, per trovare i fondi necessari al taglio del costo del lavoro. Il presidente del Consiglio, forse preso in contropiede dalle critiche, ha subito dimostrato di voler fare un passo indietro, dichiarando che una eventuale tassazione sulle rendite finanziarie si concentrerà comunque solo sulle rendite pure, escludendo i Bot dall’aumento. Una piccola consolazione per le famiglie visto che i Bot sono tra gli strumenti finanziari più utilizzati dai piccoli risparmiatori.

A ben vedere, nella decisione di tassare i proventi degli investimenti finanziari c’è un principio di giustizia, un tentativo di ristabilire l’equità della normativa sul prelievo fiscale sui proventi della speculazione finanziaria. Questo se si prende per certa l’esclusione di ogni inasprimento delle aliquote per chi investe in buoni del tesoro o altri strumenti comuni e alla portata di tutti (dal pensionato al lavoratore dipendente). Il problema, allora, è che Renzi non ha del tutto escluso una ulteriore tassazione dei Bot, rimandando piuttosto il discorso a una riforma complessiva. Ed è qui che riproponiamo il nostro dubbio iniziale: aumentare le tasse sulle rendite finanziarie è davvero la soluzione più intelligente per trovare i fondi necessari alle riforme?

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Cosa sono le rendite finanziarie

Cerchiamo allora di capire bene cosa sono le rendite finanziarie: in senso generale il termine rendita indica un provento che deriva dal semplice possesso di una risorsa produttiva, quindi sono esclusi i redditi da lavoro o da attività imprenditoriale. La reddita più famosa è quella finanziaria, che deriva dagli interessi degli investimenti effettuati: mercato azionario, buoni del tesoro, fondi bilanciati. Tassare le rendite finanziarie, quindi, per lo Stato significa sottrarre all’investitore una parte dei proventi sugli interessi. Non si tassa l’investimento in sé ma solo l’eventuale provento (perché potenzialmente un investimento può anche andare in negativo, generando una perdita). In questo particolare troviamo anche la grande differenza tra tassazione delle rendite finanziarie e tassa patrimoniale, che invece colpisce il patrimonio mobile e immobile per il semplice fatto che lo si possiede. La patrimoniale colpisce fondi, obbligazioni, azioni, conti correnti, ma senza tenere conto di eventuali interessi o perdite. Scegliere se puntare sulle rendite finanziarie o su una patrimoniale secca è una scelta strategica, anche se spesso la prima funge da prologo all’introduzione della seconda.

Delrio è stato chiaro su questo punto: “L’orizzonte del governo è quello di una riduzione della pressione fiscale attraverso una rimodulazione delle rendite finanziarie e delle tasse sul lavoro“. Rimodulare in concreto significa rivedere le aliquote fiscali sulle rendite finanziarie, che oggi sono al 12,5% sugli interessi e i redditi da capitale per i titoli di Stato ed equiparati, e al 20% per interessi su altri prodotti, dividendi e altri redditi da capitale. La soluzione del governo, a questo punto, potrebbe essere di lasciare invariate (o ritoccare il minimo necessario) le aliquote del 12.5% per i titoli di Stato, aumentando invece dal 20% al 25% quella sugli altri proventi finanziari.

Le insidie

Aumentare anche le aliquote sui BOT e BTP nasconde, infatti, una pericolosa insidia: se serve ad avvicinare l’Italia all’Europa (in alcuni Paesi le aliquote sono ben più alte del 25%), al tempo stesso però colpisce soprattutto i piccoli investitori, ovvero le famiglie o i pensionati che hanno sempre creduto nella sicurezza dei titoli di Stato. I quali, da un giorno all’altro, potrebbero diventare molto meno convenienti. Senza contare che, a conti fatti, le percentuali in ballo porterebbero nelle casse del governo una somma vicina ai 2.25 miliardi di euro, non sufficiente per un taglio deciso sul cuneo fiscale (meno di 100 euro netti il guadagno per il lavoratore). Si rischia così di comprimere il mercato dei Bot senza ottenere alcun vantaggio. La domanda che sorge spontanea allora è: se proprio si deve aggiungere un nuovo onere nel già ricco paniere delle imposte, non sarebbe meglio tassare i grandi patrimoni finanziari degli speculatori (che peraltro spesso portano i capitali lontani dalle grinfie dello Stato)?

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