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Analisi sulle previsioni e sull’andamento dell’oro

Nella sua ultima lettera agli azionisti di Berkshire Hathaway, Warrren Buffett ripercorre il suo bilancio del 2011 e, fra le varie indicazioni e osservazioni, non si può dire che sia uno sponsor dell’investimento nell’oro, di cui sottolinea in particolare che è un investimento che non produce nulla e che, in pratica, si basa sull’aumento costante degli aspiranti investitori, disposti a pagare un prezzo sempre più alto.

Eppure chi compra un’oncia di oro, alla fine anche dopo una vita intera si ritrova in mano sempre un’oncia d’oro! Il discorso di Buffett parte dalla scarsa fiducia che si può accordare agli investimenti in valuta, visto che con il passare degli anni la “tassa occulta” dell’inflazione consuma praticamente l’intero valore di molti investimenti, anche per le divise più solide come il dollaro. Ma sull’oro il vecchio “Oracolo” cerca di mettere sull’avviso gli investitori.

A dire la verità non è del tutto corretto scrivere che gli utilizzi industriali e quelli legati alla decorazione sono marginali: di fatto l’oro è uno degli elementi meno diffusi sul nostro pianeta e la corsa ad accumularlo non si è mai veramente fermata, anche perché nonostante l’aumento della domanda e la corsa dei prezzi, la produzione non è riuscita a incrementarne la disponibilità: non sono serviti né i nuovi investimenti né l’aumento delle esplorazioni.

Per di più non si può mettere tutti gli investitori in oro sullo stesso piano, come se fossero tutti speculatori. In particolare fra chi punta sempre sull’oro per garantire le sue riserve non si possono escludere le Banche centrali, che utilizzano il metallo giallo per proteggere la propria liquidità.

L’oro, quindi, non può essere considerato e valutato come un qualsiasi investimento azionario o altre forme di investimento in Borsa: piuttosto si tratta di un bene rifugio che può essere una sicurezza in momenti di difficoltà e di volatilità dei mercati. Certo: nessuno può garantire una crescita costante, specie quando i prezzi sono già alti e non appare ancora consolidata una tendenza al rialzo.

La difficoltà di procurarselo e la scarsa disponibilità ne fanno comunque un bene molto desiderato che diventa ancora più interessante in tempi di difficoltà per le valute, anche quelle più solide. In definitiva l’oro funziona come alternativa alle monete, soprattutto se, come è logico, viene scelto non in un’ottica speculativa, ma piuttosto di conservazione e mantenimento del capitale.

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Facebook in borsa. Non è tutto oro ciò che luccica..

Un’offerta pubblica di vendita da 5 miliardi di dollari, con il supporto delle più importanti banche d’affari, da Morgan Stanley a J.P. Morgan e Goldman Sachs.

Dopo tanta attese, tanti annunci poi rimandati, alla fine Facebook ha presentato alla Sec un’istanza per la quotazione in Borsa.

Dopo soli 8 anni di attività, il social network più famoso al mondo ha una base di 800 milioni di utenti attivi mensilmente: nel 2011 il fatturato ha raggiunto i 3,7 miliardi di dollari. La crescita futura, però, non potrà mantenere i ritmi registrati finora e la società stessa, nei documenti presentati alle autorità di controllo, ammette i propri punti di debolezza, come sottolinea TechCrunch.

Innanzitutto Facebook ha già quasi saturato i suoi mercati chiave nel mondo occidentale, in termini di utenti. E poiché finora la redditività della società è legata al numero di iscritti attivi, in futuro un rallentamento nella crescita dell’utenza potrà riflettersi anche sui risultati economici. Ma non basta: fra gli altri fattori di rischio ci sono la carenza di prodotti dedicati all’utenza via cellulare, la pressione dei concorrenti come Google+, Twitter e Microsoft, la censura dei governi e la normativa sulla privacy, la dipendenza da un solo cliente, Zynga, per il 12% dei ricavi.

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Crolla la fiducia degli investitori per gli hedge fund

Tempi bui in vista per gli hedge fund? Fino all’anno scorso sembrava che i fondi speculativi fossero in grado di superare qualsiasi crisi, finanziaria economica valutaria, qualunque cosa accadesse ai mercati nella loro complessità. Persino dopo il crollo spaventoso del 2008 che ha messo in difficoltà e ha costretto a chiudere molti hedge, il business nel suo complesso si è ripresa velocemente e l’anno scorso i capitali investiti hanno raggiunto un massimo storico di 2 trilioni di dollari.

Nel 2011 però si è manifestata in pieno la debolezza degli hedge fund, che in media sono scesi del 5%; quelli specializzati nel settore azionario sono scesi addirittura dell’8%. Anche colossi come il fondo del miliardario John Paulson hanno lasciato sul terreno somme impressionanti, mentre lo S&P 500 metteva a segno un rialzo del 2%. Risultato: molti investitori hanno cambiato cavallo.

Secondo un’analisi condotta da Hedge Barclays e TrimTabs, solo a gennaio gli investitori hanno ritirato dagli hedge fund 15,2 miliardi di dollari, il flusso più alto dalla crisi del credito nel gennaio 2009. Ma se le cose non migliorano c’è il rischio che questo sia solo l’inizio e che la grande fuga porti via dagli hedge buona parte delle risorse con cui esercitano la loro speculazione.

Pur andando bene, a gennaio gli hedge fund hanno messo a segno, in media, un +3,1%, peggio dello S&P 500, che ha registrato un +4,2%. Non va meglio a febbraio: Bank of America Merrill Lynch sostiene che nel secondo mese dell’anno il suo indice degli hedge fund composite è aumentato del 1,19%, ancora una volta peggio dello S&P500 e del suo +2,87%.

Se le cose non si mettono meglio sarà dura riuscire a convincere gli investitori a tenere i loro soldi negli hedge fund: secondo la società di Chicago Hedge Fund Research il guadagno per le compagnie del settore, dall’inizio dell’anno fino al 1° marzo, è del 3,35%, ma i risultati devono migliorare e di molto per garantire la sopravvivenza stessa degli hedge.

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Un possibilità di ottenere un buon capital gain

In quasi due anni il titolo Xerox ha perso circa un terzo del suo valore e dai 12 dollari di dicembre 2010 è crollato a meno di 8 dollari di questi giorni.

Per tutto il 2011 la società non ha centrato le attese e gli obiettivi annunciati, per cui è fisiologico che le quotazioni ne hanno sofferto, ma anche dopo l’ultima trimestrale – che pure ha rispettato in gran parte le previsioni – il titolo ha perso quasi il 10% e poi ha continuato a galleggiare sugli stessi livelli.

Eppure a questi prezzi potrebbe essere interessante mettere una fiche anche su Xerox, per alcune ragioni che leggiamo su SeekingAlpha. Innanzitutto l’andamento degli utili nell’ultimo anno è stato fortemente condizionato dalla debolezza della domanda in Europa, dove come sappiamo l’economia è in difficoltà. Quindi non si tratta tanto di scelte manageriali, quanto di un quadro globale più difficile.

È vero che l’indebitamento a lungo termine è di 8,6 miliardi di dollari, cioè circa l’80% della capitalizzazione e la crescita degli utili è tutt’altro che eccezionale, ma il dividendo è comunque del 2,2% e ci sono anche da considerare le prospettive di apprezzamento del titolo e la capacità di generare flussi di cassa.

A 7,8 dollari per azione, Xerox quota ancora sotto i suoi valori di libro e soprattutto negli ultimi anni ha dimostrato una straordinaria capacità di generare cash flow: dal 2009 al 2011 sono stati oltre un miliardo di dollari all’anno, per una società che ai valori attuali capitalizza poco più di 10 miliardi.

In definitiva, non c’è da aspettarsi una crescita clamorosa o un apprezzamento da favola: ma in una prospettiva di medio-lungo termine un titolo come Xerox, se l’azienda continua ad essere gestita come negli ultimi anni, può garantire un ritorno accettabile e la possibilità di ottenere un buon capital gain.

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Facebook e Groupon sbarcheranno a breve in borsa

Il 2011 è stato un anno dalla doppia faccia per quanto riguarda i collocamenti in Borsa: i primi sei mesi sono stati all’insegna dell’entusiasmo e della fiducia con un aumento delle Ipo; poi però ci si sono messi il terremoto e lo tsunami in Giappone, la crisi del debito in Europa e l’abbassamento del rating degli Stati Uniti, così la seconda parte dell’anno – contrariamente al solito – è stata povera di nuovi debutti.

D’altro canto le società tecnologiche hanno riscoperto il brivido dell’Ipo e finalmente gli investitori sono tornati a puntare su Internet dopo essersi ripresi dallo scoppio della bolla tecnologica nel 2001. Sul Nasdaq sono arrivati titoli attesi e desiderati come LinkedIn, Groupon e Zynga; quindi i nomi di grande richiamo hanno risentito solo marginalmente del rallentamento.

Per quanto riguarda questo 2012 appena cominciato, quindi, le prospettive sono incerte quasi per tutti, salvo la tanto attesa Ipo di Facebook che dopo annunci, smentite, passi indietro e collocamenti azionari privati sembra pronto a sbarcare in Borsa entro la primavera.

In lista d’attesa ci sono più società di quante ce ne fossero all’inizio del 2011, ma in media i collocamenti sono di minore entità. Secondo il rapporto pubblicato da Renaissance Capital, nel 2011 sono andate in porto globalmente 334 Ipo, con una raccolta di 134,5 miliardi di dollari; nel 2010 erano stati 479 per 234,4 miliardi, mentre il 2008 e il 2009 erano stati anni magrissimi.

Rimane il fatto che, rispetto agli anni del boom delle dot.com, la raccolta media rimane bassa e le società più piccole hanno più difficoltà a convincere gli investitori. I grandi nomi, invece, raccoglierebbero capitali in qualsiasi condizione di mercato. Quindi non ci saranno problemi per Facebook, mentre gli altri dovranno scegliere bene il momento del debutto.

In pista ci sono già nomo come AMC Entertainment, Party City, Kayak Software e ExactTarget, mentre altre società, come sostiene il rapporto di Renaissance, sono ancora nell’ombra: tra queste Dropbox, Gilt Group, Workday, Spotify e Glam Media. Il nuovo anno ci dirà chi diventerà una “public company” e che accoglienza riceverà.

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In borsa torna il fantasma della new economy

Circa dieci anni fa avvenne con le prime società attive su Internet: portali, produttori di software, siti di informazione. Bastava avere a che fare con la Rete per finire sotto i riflettori e ricevere un trattamento da cinque stelle sui mezzi di informazione, compresi quelli finanziari. Le aziende che decidevano di sbarcare in Borsa e avevano nel nome un www o una “e” minuscola (abbreaviazione di electronic) si trovavano una strada spianata.

Come tutte le mode peggiori, ovviamente anche questa attecchi rapidamente anche da noi: e così Seat Pagine Gialle, all’epoca, acquisto Buffetti solo perché aveva un bellissimo sito internet (così racconta la pubblicistica) e fra i tecnologici – sul poco fortunato listino Numtel – fu un fiorire di ePlanet, eBiscom, e altri cloni di eBay.

Adesso sembra di essere tornati a quell’epoca, con la differenza che non si parla più di connessioni o portali o motori di ricerca, ma di social network: basta operare su Internet e attivare qualcosa di vagamente social (anche molto vagamente, come nel caso di Gorupon) per guadagnarsi titoli sui giornali, copertine di riviste e in genere buona stampa.

Così – visti anche i risultati di alcune matricole del 2011 come Pandora, la stessa Groupon e Zynga – più di un osservatore comincia a chiedersi se la copertura giornalistica della finanza, in particolare della Ipo, sia corretta o non risulti piuttosto distorta.

Nel presentare le società che si apprestano a sbarcare in Borsa, infatti, i giornali fanno a gare a sparare cifre sempre più alte quanto alla valutazione aziendale, indiscrezioni sulle posizioni di vertici e previsioni sul prezzo: in pochi però si preoccupano di leggere con attenzione i numeri, specie quelli di bilancio, e di analizzare con freddezza e distacco le prospettive e i punti di forza e di debolezza delle “matricole”. Profitti? Non pervenuti: in pochi ne parlano e quasi nessuno li valuta con precisione, escludendo i risultati frutto di operazioni straordinarie dall’andamento dell’attività principale.

L’entusiasmo, quindi, rischia di accecare sia gli investitori sia gli analisti e i commentatori; eppure proprio i giornali dovrebbero svolgere una funzione, insostituibile, di osservazione, analisi e presentazione neutra. Invece troppo spesso si lasciano trascinare dall’euforia generalizzata e finiscono per dare ai lettori ciò che questi ultimi cercano e non ciò di cui hanno bisogno.

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Steve Jobs, l’uomo che fondò due volte Apple

Steve Jobs, Ceo of Apple

L’altro giorno, leggendo questo articolo di Wired su Steve Jobs, “il miglior amministratore delegato del mondo”, mi ero ritrovato a condividere in buona parte il contenuto, ma avevo anche pensato che suonasse troppo da “compianto”. E in effetti era tristemente così.

Ognuno può ricordare Jobs per molte delle cose che ha fatto e per gli oggetti con cui, in qualche modo, ha cambiato il nostro mondo, sia quando ha innovato completamente – come con i primi Apple costruiti insieme a Stephen Wozniak – sia quando ha ripensato prodotti che esistevano già, come il lettore mp3 e il tablet, l’iPod e l’iPad, o il cellulare, l’iPhone, trasformando in qualcosa di nuovo.

Steve Jobs, la Galleria di foto

Steve Jobs, Ceo of AppleSteve Jobs, Ceo of AppleSteve Jobs, Ceo of AppleSteve Jobs, Ceo of AppleSteve Jobs, Ceo of Apple

Ad ogni modo, la grandezza di Jobs è consistita anche nell’aver saputo convincere della bontà delle sue intuizioni un pubblico sempre più vasto e nell’essere riuscito prima a creare una compagnia come Apple e poi – a oltre dieci anni di distanza dalla “cacciata” – nell’essere tornato per salvarla dal declino e farla diventare la compagnia numero uno per dimensioni nel settore della tecnologia e poi la compagnia quotata con la maggiore capitalizzazione al mondo.

Nel frattempo Jobs, figlio di un padre siriano-americano ma adottato da una famiglia californiana, aveva fondato una nuova compagnia di computer, Next, e la Pixar che in qualche mondo ha risollevato le sorti della più nota industria dei cartoni animati e dei fumetti, la Disney.

Qual è, secondo molti osservatori, il rischio che devono evitare i suoi successori? In qualche modo, come si legge da più parti in questi giorni, quello di fare l’errore che analogamente fecero alla Disney dopo la morte del fondatore: restare chiusi in una sorta di culto della memoria ed essere incapaci di cambiare rispetto alle strade intraprese dal guru. In una parola pensare sempre a “come avrebbe fatto Jobs”.

La grandezza di Steve Jobs come capo azienda è stata proprio questa: essere in grado di innovare, di cambiare strada anche quando le cose andavano bene e, almeno negli ultimi anni, di non lasciarsi cullare dai successi e tentare sempre nuove vie. La capacità di innovare, anche e soprattutto quando tutto va bene come nel passaggio dall’iPod all’iPhone e poi all’iPad è il più grande lascito che Jobs ha donato alla sua azienda e un po’ a tutti noi. I suoi successori dovranno ricordarsi soprattutto di questo.

Quanto alla persona e al suo valore basta leggere ciò che ne scrivono quelli che lo hanno conosciuto. Nella galleria di foto ce lo vogliamo ricordare giovane e pieno di entusiasmo e di progetti da realizzare: in fondo è rimasto sempre così.


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Apple vola e registra un nuovo massimo storico in Borsa

Sono passati meno di trenta giorni dall’addio di Steve Jobs alla compagnia che ha fondato e poi riportato ai fasti delle origini, ma Apple sembra riuscire a camminare con le proprie gambe, almeno in Borsa. Come riportano i nostri “cugini” di Melablog, Apple ha toccato un nuovo massimo storico, con le azioni che hanno raggiunto i 412 dollari.

La società di Cupertino non aveva mai raggiunto un valore così alto in Borsa e per adesso sembra poter esorcizzare gli annunci dei profeti di sventura che al momento del passo indietro di Jobs preconizzavano grosse difficoltà e problemi crescenti: negli anni infatti la società della Mela si era sempre identificata con il suo fondatore e guru; non era strano quindi immaginare una certa esitazione nel passaggio di timone che è finito nelle mani di Tim Cook.

In realtà è passato troppo poco tempo dall’annuncio ufficiale per poter dire che non ci saranno problemi e l’addio di Jobs sarà indolore. Molti progetti e molti nuovi prodotti e le strategie di fondo che vengono attuate adesso erano stati adottati e avviati sotto la guida di Jobs, quindi bisognerà aspettare ancora per vedere se la società si manterrà sempre innovativa e creativa anche nel medio periodo.

Dall’altro lato è vero che nell’ultimo anno a causa della malattia Steve Jobs era stato comunque meno presente alla guida di Apple e quindi il suo passo indietro non è stato altro che la formalizzazione di una situazione di fatto già esistente. C’è da spiegare comunque la corsa degli ultimi giorni.

Dietro il rialzo che ha permesso al titolo Apple di correre ancora ci sono sostanzialmente due motivi: da un lato la banca d’affari Goldman Sachs ha aumentato gli obiettivi di prezzo per la società da 480 a 520 dollari per azione: secondo Goldman quindi c’è spazio per ulteriori rialzi.

Poi la grande notizia dell’arrivo dell’iPhone 5 – o come si chiamerà la nuova versione del telefono dal successo planetario. Le ultime voci sostengono che il nuovo modello di iPhone uscirà il 4 ottobre. E fino a Natale, si presume, le vendite non potranno che decollare.

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La recessione non ha mai durato così tanto

Il 2011 sarà ricordato “solo” come l’anno della recessione oppure passerà alla storia per aver aperto una nuova depressione? Anche fra gli economisti – che pure in teoria definiscono recessione un periodo di due trimestri consecutivi in cui si registra un calo della ricchezza nazionale – non hanno mai trovato una definizione e una distinzione universalmente accettate.

La battuta più frequente è che si parla di recessione quando il tuo vicino perde il lavoro; e di depressione quando lo perdi tu! In ogni caso sull’Huffington Post Peter G. Miller si domanda se in effetti gli Stati Uniti non sia trovino in una vera e propria depressione, anche se costa fatica ammetterlo.

In effetti la recessione è ormai un dato acquisito, ma parecchi segnali sembrano indicare un quadro ancora più negativo, aggravato dalla volatilità dei mercati e dalla crisi del debito sovrano per diversi paesi dell’Eurozona. La teoria della depressione senza mezzi termini è abbracciata da Richard A. Posner, un giudice federale e cultore della materia di diritto a Chicago. Per lui sarebbe meglio ammettere la depressione e impegnarsi seriamente per superarla.

Ma quali sono i segnali di una (eventuale) depressione?
1. Perdita del lavoro
2. calo delle retribuzini
3. mutui troppo alti e impegni difficili da onorare
4. chi prende la laurea rimane a spasso troppo tempo
5. le aziende per generare profitti riducono il perimetro delle attività, ristrutturano, licenziano, delocalizzano

Davvero molto male se nella generalità delle aziende ci si comporta così, a fronte di un settore pubblico che invece di decollare si è esaurito, di fatto. Per adesso siamo solo in crisi, ma non in depressione: rimane da vedere quali saranno gli interventi concreti dei governi e come reagiranno i mercati. Da lì si capirà se la tempestra è stata temporanea o se invece dibbiamo abituarci a “nuovi climi”.

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La crescita economica tarda a presentarsi

Ci sarebbe anche da sorridere se la situazione non fosse delicata e forse drammatica. Ieri sera le contrattazioni a Wall Street si sono chiuse in calo perché il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, non ha annunciato niente di ciò che NON era atteso. Avete letto bene: gli operatori non avevano aspettative dalla Fed, eppure un intervento molto chiaro, ma privo di ricette “magiche” ha depresso i corsi di Borsa.

Bernanke ha spiegato che la tanto attesa crescita economica tarda a presentarsi, anzi si allontana – almeno negli Stati Uniti – per due motivi, fra gli altri: il sostanziale arresto del mercato immobiliare e quindi delle costruzioni e le preoccupazioni legate alla crisi finanziaria.

In pratica i mercati sono deboli perché si sentono poco bene! Non sembra una spiegazione molto razionale, ma in realtà sono i mercati ad essere irrazionali. Altrimenti non si spiegherebbe com’è possibile che due non notizie, come l’intervento di Bernanke e quello del presidente della Bce Jean Claude Trichet, abbiamo pesato tanto sui corsi azionari, come spiega Walter Riolfi sul Sole24Ore.

Di certo in questo momento prevale una certa irrazionalità, per cui i mercati tendono al ribasso anche in quei (rari) casi in cui non ce ne sarebbe motivo: una prova ulteriore di questa irrazionalità viene dalla corsa al rialzo dei Cds – i credit default swap – sul debito sovrano della Francia. Secondo quello che registrano gli indici, il mercato teme un default francese più di un default del Perù!

Negli ultimi giorni il mercato sembra dare un margine di fiducia maggiore ai paesi europei – visto che i cds sull’Eurozona sono in lieve calo – ma forse l’isteria di questi ultimi mesi potrebbe anche essere eccessiva. Che fare dunque? Quando i mercati sono in preda all’irrazionale, bisogna premunirsi e magari anche tenersi alla larga, se non riusciamo a tenere i nervi saldi.

Il solito – e mai abbastanza seguito consiglio – è quello di diversificare il più possibile. Chi invece vuole scommettere su un prossimo rialzo, invece, deve essere disposto a un investimento su un profilo temporale medio-lungo: lasciare i propri capitali in balia delle montagne russe e saper aspettare il momento del rialzo che prima o poi arriverà. Chi invece pensa che avrà bisogno di liquidità farà meglio a investire a breve su strumenti meno remunerativi, ma più sicuri. In tempi di isteria è ancor più necessario mantenere la calma e restare razionali.

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I titoli bancari europei sono in sofferenza

I titoli bancari europei sono in sofferenza e anche alcuni manifatturieri sono in difficoltà; tiene bene il settore del lusso (i ricchi non hanno smessi di comprare e i super ricchi aumentano), mentre il mercato della Gran Bretagna soffre meno dell’Europa continentale. Questo quadro è suffragato dalla revisione annuale delle blue chips europee operata da Stoxx Limited.

Per quanto riguarda l’indice europeo escono le prime due banche italiane, Unicredit e Intesa Sanpaolo; insieme a loro viene escluso un altro titolo bancario, la francese Société Générale e la finlandese Nokia, che sconta le difficoltà dei suoi ultimi modelli di telefono cellulare e la concorrenza spietata dell’iPhone di Apple, che con il suo successo planetario ha spazzato via i trionfi degli anni Zero.

Al posto delle società eliminate, entrano a far parte del paniere due titoli inglesi e due francesi, rispettivamente Unilever e National Grid, insieme a Lvmh e Air Liquide: un titolo alimentare, una utility, un’azienda del lusso e una del settore chimico. In qualche modo la manifattura si prende una rivincita sul settore finanziario, che deve cedere alcune posizioni.

A livello dell’area Euro, ci sono cambiamenti anche nell’indice specifico, l’Euro Stoxx 50: escono le francese Alstom e Crédit Agricole (un altro bancario!) ed entrano la tedesca Volkswagen e la spagnola Inditex, un altro campione dell’abbigliamento, sebbene non di lusso, bensì mass market.

Dopo la tempesta che ha investito i mercati finanziari in estate non era difficile prevedere un arretramento per il settore bancario, quello più esposto alla debolezza dei debiti sovrani e alla minaccia di un eventuale default nell’area dell’euro, successivo ai declassamenti che hanno colpito i paesi mediterranei. La revisione dello Stoxx Europe non fa che riflettere la perdita di valore di questi titoli che sono stati i più penalizzati negli ultimi mesi. In realtà, però, non si può ancora dire che siano stati raggiunti i nuovi minimi.

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I 14.5 Trilioni di dollari del debito USA: un’infografica


Quanti sono 14.5 Trilioni di dollari (vale a dire l’ammontare, in costante crescita, del debito pubblico americano)?

Il “Trilione” corrisponde a mille miliardi, una cifra talmente grande da perdere anche senso e significato. Proprio per questo è utile andare a dare un’occhiata all’infografica pubblicata qui che cerca di spiegarlo nel modo più semplice ed intuitivo possibile.

In questo modo possiamo scoprire che se noi prendessimo in prestito 1 dollaro ogni secondo ci vorrebbero 12 giorni prima di raggiungere un milione di dollari.
Allo stesso modo sarebbero necessari 31 mila anni per arrivare alla cifra di un trilione. Bene, nell’ultimo anno il governo americano ha preso in prestito ogni secondo 41.6 milioni di dollari.
D’altra parte con 14.5 trilioni di dollari si potrebbe sfamare l’intera Africa orientale per qualcosa come 4000 anni, due volte lo sviluppo della civiltà della nascita di Cristo in avanti.

Ha ancora senso considerarlo un “credito esigibile” nel senso assoluto del termine?

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