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Serre fotovoltaiche per la coltivazione dei funghi

coltivare funghi in serre fotovoltaiche Le serre fotovoltaiche, ossia serre ricoperte di pannelli fotovoltaici sono sia un sistema per produrre energia da fonte rinnovabile sia un interessante sistema di integrazione del reddito per gli agricoltori. I pannelli solari però modificano l’ambiente della serra con una penombra che rende diverso il ciclo vegetativo delle piante.

A Imperia, dopo diversi tentativi di coltivare piante e fiori che avessero poca necessità di luce sono passati a coltivare funghi. Per ora è un esperimento e serve a capire la resa e la spesa. A seguire la coltivazione di cardoncello Pleurotus eryngii il CIPAT di Imperia con l’Università di Genova e l’azienda Gelone Davide che nelle proprie serre fotovoltaiche ha iniziato a coltivare i funghi molto noti e consumati in Puglia.


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Cioccolato e riscaldamento globale, quale legame?

cioccolato addio a causa dei cambiamenti climatici
Non so se sia propaganda o realtà (catastrofica) ma sembra che a causa dei cambiamenti climatici possa sparire l’adorato cioccolato. La notizia la leggo su CIAT e si riferisce a uno studio pubblicato dal proprio dall’International center for tropical agricolture e finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates e da 15 compagnie produttrici di cacao.

Com’è noto Bill Gates è coinvolto in progetti di costruzione di reattori nucleari, sostenendo che appunto l’energia nucleare è pulita e utile a abbassare le emissioni di CO2 e dunque contenere il riscaldamento globale.

Leggo dal comunicato stampa:
Amato dai consumatori golosi di tutto il mondo il cioccolato proviene per la maggior parte dalle piantagioni di cacao del Ghana e Costa d’Avorio, dove centinaia di migliaia di piccoli agricoltori lo riforniscono ai paesi sviluppati. Ma una nuova ricerca effettuata dai climatologi del CIAT rivela che il previsto aumento della temperatura annua di oltre due gradi centigradi entro il 2050 impedirà a molti produttori dell’Africa occidentale di coltivare cacao per il troppo caldo.
Bill Gates sa come prenderci per la gola!


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Informazione e politica tra finzione e realtà

Andrea Coccia ci invia il primo pezzo live dal Festival di Internazionale in corso a Ferrara. Per la tavola rotonda “C’era una volta Fukushima. Tutto quello che dovreste sapere sulla catastrofe in Giappone”, erano sul palco Giorgia Monti (Campagna mare Greenpeace Italia) e Ike Teuling (campagna nucleare Greenpeace internazionale), moderati da Junko Terao.

Esiste una legge non scritta, ma ben visibile tra le linee dei quotidiani e, più in generale, dei media di comunicazione, che determina il fatto che una notizia resti tale per un determinato lasso di tempo prima di decadere e di sciogliersi nell’oblio. Qualcuno parla, a proposito di questa legge – o di questa prassi – di legge delle 24 ore, qualcuno azzarda a definirla come “settimanale”, qualcuno parla di un mesetto. In realtà il fattore tempo non dovrebbe influenzare di molto l’orientamento del nostro giudizio.

Il trattamento mediatico della catastrofe nucleare del 11 marzo a Fukushima, come si poteva prevedere, non ha negato questa legge. Un punto di vista interessante ce lo forniscono i nuovi e potenti mezzi di internet. In particolare basta una veloce ricerca della parola chiave “Fukushima” sul motore di ricerca di rassegna.camera.it per quantificare in un colpo d’occhio la velocità di decadimento di una delle notizie più importanti dell’intero 2011.

Il paradosso emerge istantaneo, basta dare un’occhiata ai numeri: 100 articoli a marzo che diventano un terzo già ad aprile. Una quindicina a maggio, altrettanti a giugno, poi altrettanti tra luglio e agosto (ma si sa, le vacanze) per finire con i 7 articoli di settembre. Secondo il parere dei quotidiani italiani la catastrofe è stata degna di nota per circa due mesi, poi è diventata polvere, praticamente da nascondere sotto il tappeto.

Se si guardano altri numeri, però, ci si rende conto che la catastrofe non ha avuto un andamento logaritmico tendente a zero ma che, anzi, è quasi vero il contrario. Secondo i dati di Greenpeace, infatti, il pericolo radiazioni nell’area adiacente la centrale del terrore non è affatto diminuito, il rischio per la popolazione è tutt’ora elevatissimo e le analisi sui biocampioni continuano a dare risultati allarmanti.

Eppure le notizie che arrivano in questi giorni dal Giappone parlano di una emergenza praticamente rientrata, o meglio, di una comunicazione governativa agli abitanti della “zona rossa” (un territorio di 30 km intorno alla centrale, sia in terra che in mare) consistente in una specie di “tutti a casa”. Il pericolo si è ridotto, le quantità rilevate di radioattività sono scese sotto il livello di allarme.

Se fosse vero sarebbe una notizia incredibile: materiali radioattivi dalla decadenza decennale o secolare scomparsi o diluiti in pochi mesi, altro che neutrini che corrono più veloci della luce. E difatti che i valori siano scesi sotto il livello di guardia non è vero, o meglio, matematicamente lo sarà anche, ma semplicemente perché hanno riveduto al ribasso il “livello di allarme”. Così è facile, non c’è dubbio.

Non illudiamoci dunque, come tutte le catastrofi naturali anche questa di Fukushima non avrà una scadenza a mesi, si parla di decine di anni, se non di qualche secolo magari. Nel frattempo però non basta lamentarsi del trattamento mediatico delle informazioni, e neppure dell’irresponsabilità dei governi nei confronti della popolazione. In questo momento è importante riflettere e cercare di invertire la rotta, e in qualche modo ci stiamo anche riuscendo se si osservano i ripensamenti energetici di molti stati, Italia compresa.

La lotta sarà dura, ad oggi sembrerebbe impossibile, ma non dobbiamo credere che sia così. Questo è in massima sintesi il messaggio che Greenpeace – materializzatasi a Ferrara sotto le sembianze di un angelo di nome Ike Teuling, giovane attivista olandese – ha consegnato al pubblico ferrarese, nutrito e interessato a dispetto di tutto.

Bisogna essere realisti, è per questo che voglio l’impossibile. Una frase celebre che non bisogna dimenticare. Soprattutto se si ha di fronte una prospettiva come quella che abbiamo di fronte noi: o la terra, o la morte, per citare per la seconda volta in due righe Ernesto Guevara. Per farlo basta non dimenticarsi la faccia del nemico che abbiamo di fronte.

L’energia è potere. Cambiare il sistema energetico significa intaccare il sistema di potere vigente. Non c’è bisogno di aggiungere nulla per capire quanto sia complesso scalfire la struttura che ci sta stritolando. Eppure è una battaglia che prima o poi dovremo affrontare, una battaglia da inserire nel quadro più largo di una guerra che non possiamo più permetterci di rinviare. Il tempo che sprechiamo ci invecchia e ci indebolisce, ma i problemi non invecchieranno insieme a noi. Ad un certo punto, semplicemente, ci saranno fatali.


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Social Media Week di Milano

Quest’anno il nostro editore Populis è media partner della Social Media Week di Milano: nella prima giornata volevamo seguire il panel sui nuovi media nel settore dell’ambientalismo, ma il nostro amico e relatore Salvatore Barbera di Latte Creative non ha potuto partecipare. Così gli abbiamo rivolto qualche domanda per capire meglio l’argomento.

Per prima cosa, presentati ai lettori di Ecoblog: un paio di righe per far capire chi sei ai lettori

Mi chiamo Salvatore, sono il responsabile della campagna Clima ed Energia per Greenpeace Italia. Ho iniziato a lavorare con Greenpeace molti anni fa come volontario. Una volta laureato in Fisica a Bologna ho deciso, come molti miei coetanei, di fare un’esperienza all’estero che mi ha portato a viaggiare con Greenpeace: India, Amsterdam, Istanbul. Sei anni nei quali ho fatto cose diverse, ma soprattutto contribuito a far crescere la presenza di Greenpeace sul web e testato varie forme di attivismo online. Sono tornato in Italia solo all’inizio di quest’anno per coordinare la campagna per il referendum contro il nucleare.

Parliamo di slacktivism e di clicktivism: tu sei un attivista “vero”, quindi dovresti conoscere bene i casi in cui un click o un colpo di mouse liberano la coscienza. Credi che il web abbia aiutato un attivismo come il tuo o abbia diluito l’impegno reale in un oceano di pagine Facebook, petizioni online, e retweet?

Negli ultimi dieci anni il web ha cambiato radicalmente il mondo, il modo di interagire fra le persone e quindi anche quello di fare politica. In fondo che differenza c’è tra un like su Facebook e una firma su una petizione raccolta in piazza? Quello che conta è cercare di raggiungere le persone con dei messaggi positivi, risvegliare la consapevolezza che sono le nostre azioni a cambiare il mondo. Siamo circondati da messaggi di ogni tipo provenienti da ogni sorta di media, l’attivismo consiste nel competere con i messaggi negativi e superarli, e questo vale tanto per l’online che per l’offline.

Quali sono invece i casi in cui agire a colpi di click ha portato risultati concreti – penso a Greenpeace e alla celebre campagna gorilla – Kit Kat, per esempio? Puoi raccontarci tre episodi rilevanti di quel tipo?

Click significa consensi e ogni campagna politica ne ha bisogno. Ogni volta che siamo in grado di mostrare che abbiamo il consenso dalla nostra parte il cambiamento viene da sè. Fra le mie più grandi soddisfazioni – parlo in termini personali nel senso che ero in prima linea – sono state la campagna “Green my Apple”, con la quale abbiamo convinto la Apple Computers a dotarsi di una migliore policy per la protezione dell’ambiente (campagna che tra l’altro ha creato accese discussioni anche sul vostro Melablog). Più recentemente la campagna de “I Pazzi Siete Voi”, che ha contribuito a far sì che 25.643.652 di italiani votassero Sì al Referendum contro il nucleare. Credo tu possa capire la gioia di vedere concretizzarsi quello che fino ad un giorno prima era una valanga di like, di firme e di azioni simboliche.

Un esempio ancora più recente? La campagna Detox, portata avanti in Italia dalla mia collega Vittoria Polidori. In poche settimane, grazie soprattutto ad una mobilitazione internazionale sulla rete, i grandi brand dell’abbigliamento sportivo come Nike, Adidas, Puma e H&M si sono impegnati a eliminare le sostanze tossiche dai processi produttivi legati alla fabbricazione dei propri prodotti.

Restando su quel genere di comunicazione – la campagna Greenpace/gorilla/Kit Kat – quali sono le tre migliori campagne che hai visto negli ultimi anni? Se vuoi parto io: when you see tuna, think panda.

Di solito, in una campagna, sono i video ad attirare di più la mia attenzione. Uno bellissimo è quello di Amnesty International che ci ricorda la forza che una firma, anche online, può avere nel cambiare le cose:

Poi c’è “Stop the Clash of Civilisation”, un video di qualche anno fa che quando venne lanciato – in quel brutto periodo che fu l’era Bush – mi colpì tantissimo e che fece conoscere al grande pubblico Avaaz, una delle no-profit che lavora meglio online.

Questo invece è un esempio di video in grado di allargare la base di pubblico grazie all’ingegno della tecnica artistica.

È stato commissionato dalla campagna Stop Global Warming al Blue Man Group, un trio di artisti molto popolari. Come vedete il risultato è straordinario: guardandolo senti la voglia di fare qualcosa, percepisci a fondo quanto stupida sia la noncuranza con cui l’uomo vive il problema dei cambiamenti climatici. E tutto con un’ironia, un ritmo e una creatività che ha garantito a questa clip svariati milioni di visite.

Perché le vediamo sempre all’estero? Perché è difficile comunicare in questo modo in Italia?

Come i lettori di Ecoblog sanno bene, l’Italia è storicamente indietro per tutto quello che riguarda le politiche ambientali e di conseguenza anche per la comunicazione ambientale. Comunicare il bisogno di cambiamento in Italia è una delle scommesse più dure e interessanti che mi vengono in mente. In questo senso vorrei rivolgermi ai giovani e ambiziosi lettori di questo blog perché raccolgano questa sfida: si inizia a sentire il bisogno di una nuova generazione in grado di portare energie inedite.

Che cosa attira i creativi all’estero a lavorare per questo genere di campagne? Vengono retribuiti? O è solo una questione di libertà?

La differenza tra una campagna pubblicitaria della Coca Cola e una campagna per salvare il tonno rosso è che nel primo caso stai aiutando a vendere dell’acqua colorata con dello zucchero, nel secondo stai facendo qualcosa di cui i tuoi figli si ricorderanno. È chiaro che esiste una motivazione in più per tanti creativi a impegnarsi in campagne con un orizzonte di senso. Spesso si guadagna un po’ meno di quando si lavora per il settore “profit”, ma la soddisfazione che in genere se ne trae non è paragonabile.

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La Turchia minaccia di congelare i rapporti con la Ue

cipro gas offshore La Turchia minaccia di congelare i rapporti con la Ue se Cipro assumerà la presidenza semestrale da luglio a dicembre 2012. Perché? Oggetto della crisi sono le trivellazioni che iniziano oggi al largo delle coste cipriote, per estrarre una parte di quegli 8.5 miliardi di metri cubici di gas stimati. Si badi bene che la Turchia non scherza e ha già inviato da giorni tre incrociatori e tre aerei militari a pattugliare la zona riconosciuta dall’Onu come EEZ (Exclusive Economic Zone).

Sull’ottimo La pulce di Voltaire la ricostruzione politica della crisi che rischia di mandare a carte e quarantotto il progetto tutto italiano di portare la Turchia nella Comunità europea. Ma perché ai turchi dà fastidio se trivellano al largo di Cipro? Non basterebbe un accordo commerciale per risolvere la questione? Purtroppo no perché a trivellare in quello che è il Block Leviathan sono i texani della Noble Energy e gli israeliani della Delek. Dei problemi che sarebbero sorti in merito alla spartizione di uno dei più grossi giacimenti al mondo di gas ne scrivevo nel 2009. Parte di quel gas si trova sotto la Striscia di Gaza.

Spiega Il Mediterraneo:

Ora però le circostanze sono cambiate. Ankara è in piena crisi diplomatica con Tel Aviv, a causa delle mancate scuse da parte di quest’ultima dell’uccisione di nove cittadini turchi sulla nave umanitaria Mavi Marmara ed ha patrocinato la questione mediorientale, ossia la revoca del blocco israeliano su Gaza.

Ma la Turchia non controlla solo le acque. Ha deciso di procedere in proprio con le trivellazioni e dunque riferisce Hurriyet Daily News, la Turkish Petroleum Corporation avrebbe già ottenuto i permessi di trivellazione. Di fatto i migliori clienti per quel gas siamo noi europei; turchi e israeliani, come spiega Ali Haidar esperto di geopolitica, litigano ma poi fanno affari. Restano però da definire i confini delle estrazioni e a chi toccherà la fetta più grossa.

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La Teoria dei giochi per risolvere lo stallo degli accordi sulle emissioni di CO2

Gli eterni, ed inutili, incontri organizzati dalle Nazioni Unite per cercare di trovare un benedetto accordo per la riduzione delle emissioni di CO2 potrebbero essere risolti in un modo molto semplice: interrompendo le pratiche virtuose anche in quei paesi che hanno preso sul serio a cuore il problema e si stanno impegnando per ridurle veramente. Per la serie “quando si gratta il fondo” arriva anche uno studio di alcuni accademici tedeschi che, applicando in maniera semplicistica la Teoria dei giochi, sostengono sia questa l’unica soluzione.

L’idea è questa:”visto che alcuni paesi si rifiutano di rispettare e sottoscrivere impegni per la riduzione delle emissioni, ma nel contempo godono dei vantaggi prodotti dai comportamenti virtuosi di altri paesi sono proprio quest’ultimi a dover interrompere le loro pratiche virtuose per generare una risposta positiva anche nei paesi più restii“.

L’intera tesi si poggia su un presupposto fondamentale: che ai paesi riluttanti interessi sul serio il problema delle emissioni di CO2, ma che non vogliano investire denaro per raggiungere l’obiettivo e preferiscano godere dei vantaggi generati dai comportamenti di quei pochi che ci stanno lavorando sul serio. Provocare una spirale negativa sarebbe la soluzione che porterebbe ad una reazione con una nuova assunzione di responsabilità? Una pia illusione.

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Chieste le dimissioni del ministro all’economia Yoshio Hachiro

lanterne a soma città a 100km da fukushimaOggi è un triste anniversario per il Giappone: sei mesi fa, l’11 marzo 2011, il terremoto prima, tsunami poi e incidente nucleare a Fukushima Daiichi.

Nella città di Soma nella Prefettura di Fukushima, (la foto in alto di Japan Today) i cittadini, per commemorare le vittime, hanno librato nel cielo centinaia di lanterne. L’immagine è molto poetica e vuole portare un po’ di dolcezza in tutta questa amara vicenda.

A amareggiare ulteriormente, infatti le dimissioni del ministro all’economia, Yoshio Hachiro rassegnate dopo aver pronunciato, durante la conferenza stampa di venerdì, alla fine della visita alla città di Fukushima:

Purtroppo, non c’era un’anima viva per le strade. Questo ricordava una città di morte.

Non solo, ma dopo aver visitato la centrale nucleare di Fukushima Daiichi fa il gesto di strofinare la sua giacca contro quella di un giornalista spiegandogli che così lo avrebbe contaminato con le radiazioni.

Le opposizioni hanno cavalcato la polemica del cattivo gusto e dunque sono state richieste le sue dimissioni presentate al Governo proprio ieri. E appena a una settimana dall’avvicendamento del premier (Yoshihiko Noda ha sostituito Naoto Kan) cade un pezzo del nuovo estabilishment.

Il punto però è che cattivo gusto o meno a Fukushima la situazione continua a essere allarmante. Come più volte sottolineato l’incidente nucleare nella centrale è ancora in corso. Libération scrive di livelli di radiazioni registrate nell’acqua del mare di Fukushima 3 volte superiori a quanto sino a oggi stimato. Mentre Les Echos riferisce della speranza di Tepco di prendere il controllo sull’incidente nel gennaio 2012. Ricordo che centinaia di tecnici sono impegnati nel raffreddamento di 3 reattori danneggiati per portarli nello stato di “arresto a freddo”.

A rallentare le operazioni di messa in sicurezza della centrale la raccolta delle acque radioattive ancora intrappolate alla base dei reattori da raffreddare.

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Zuppa di pinne di squalo, specialità al bando in California

zuppa di pinne di squalo specualita della cucina cinese presto al bando in california

In California potrebbero presto decidere di mettere al bando le pinne di squalo usate come specialità nella cucina cinese.

Lo annuncia in un servizio la CNN. Della carneficina ai danni degli squali ne avevo parlato con Vincenzo Venuto (Missione natura La7) qualche mese fa. Vincenzo ci aveva detto che lo scorso anno sono stati catturati e uccisi circa 100 milioni di squali. Il motivo è semplice: dopo la cattura sono asportate le pinne considerate una vera prelibatezza da gourmet e le carcasse ributtate in mare. Le pinne saranno poi usate per la preparazione della zuppa di pescecane.

In origine questo piatto era una rarità riservata all’imperatore cinese; in seguito è diventata una prelibatezza da servire a banchetti, matrimoni e feste come augurio di fortuna e longevità (qualcosa di molto simile al nostro cotechino con lenticchie per il Capodanno, per intenderci).

Sea Sheperd dalla sua pagina su Fb informa che in California ci sono circa un milione e centomila sino-americani molto legati alle loro tradizioni che importano pinne di pescecane per i loro piatti. Infine non si creda che l’Europa sia esente da questo genere di pesca. La denuncia arriva dall’associazione Shark Alliance tanto che è stata lanciata una petizione per indurre la Commissione europea a intervenire seriamente e drasticamente nella protezione degli squali.

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Tar Sands: gli ambientalisti americani contro l’oleodotto Keystone XL

Le Tar Sands, la “nuova fonte di petrolio“, le sabbie bituminose che dimostrano la follia del sistema di approvvigionamento di petrolio che ignora i costi ambientali enormi (4 volte le normali estrazioni), suscitano proteste eclatanti negli Stati Uniti.

Gli ambientalisti americani si scagliano contro Keystone XL il nuovo oleodotto che dalla regione di Alberta in Canada dovrebbe trasportare a regime 800 mila barili al giorno e che costerà 7 miliardi di dollari.

Non soltanto il petrolio estratto dalle Tar Sands è devastante per l’ambiente, ma la costruzione di questo oleodotto rischia di contaminare anche i terreni di 6 stati americani (Montana, South Dakota, Nebraska, Kansas e Oklahoma fino alle raffinerie texane) e di tre contigui che rischiano di essere coinvolti.

Gli ambientalisti stanno mettendo in scena un sit in pacifico di fronte alla Casa Bianca, e hanno in programma di andare avanti ancora per 10 giorni, così la polizia ha iniziato ad effettuare i primi arresti. La decisione finale sulla costruzione di Keystone XL arriverà entro la fine dell’anno, ma dalla burocrazia per ora non è arrivato alcuno stop e il progetto è considerato “a basso impatto ambientale”.

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La Cocaina inquina, ambientalisti avvisati

La Colombia è il paese noto per essere il produttore dei tre quarti delle piante di Coca del mondo.

Il 75% della produzione di cocaina viene da un paese che ospita più di 35 mila specie di piante e il 20% della biodiversità globale per quanto riguarda gli uccelli. Chi fa uso di questa droga non sempre immagina quanti danni provoca all’ambiente la produzione “industriale” di cocaina.

Per produrre un solo kg di cocaina si generano circa 600 kg di rifiuti e oltre 200 litri di acque contaminate che, ne possiamo essere certi, non vengono smaltite nel modo corretto dai laboratori clandestini che utilizzano circa 32 agenti chimici per trattare la coca. Se qualche ambientalista cocainomane (ormai il fenomeno dell’abuso di questa droga è talmente diffuso che è facile far coincidere le due categorie) è all’ascolto dovrebbe cominciare a tenere conto anche di questo.

Certo, la droga è stata utilizzata per secoli come stimolanti dalle popolazioni locali, ma la crescita della domanda da parte dell’occidente ricco ed industrializzato ha portato ad un inevitabile crescita della produzione, come ovvio in sfregio a qualsiasi tipo di rispetto per l’ambiente in habitat che al contrario andrebbe tutelato con la massima attenzione. Siete tutti avvisati.


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Tessa Gelisio a Ecoblog: "Eco Logico, la mia ecomoda trendy e sostenibile"

Tessa Gelisio Ho sentito Tessa Gelisio al telefono in una pausa delle sue vacanze in Sardegna. Tessa è una delle poche donne di spettacolo che anche in mezzo alle difficoltà riesce a mantenere uno stile di vita sostenibile. Tanta esperienza ora la mette al servizio di forPlanet Onlus associazione attraverso cui promuove campagne e progetti; poi scrive libri e manuali, che spiegano in maniera efficace come fare quei piccoli passi verso la sostenibilità ambientale.

La contatto dopo che ho letto in giro che Tessa è anche molto attenta alla scelta dei capi di abbigliamento. Scopro dalla chiacchierata e in esclusiva per Ecoblog che sta progettando per il prossimo anno Eco Logico una sua linea eco fashion fatta di tessuti bio come cotone e lino oppure riciclati ma molto trendy, disegnata con lo stylist Oscar Scirè.

Tessa Gelisio progetta la linea fashion Eco Logico

D.: Ciao Tessa, allora, progetti di lanciare una tua linea di abbigliamento che hai chiamato”Eco Logico”. Come sarà?

Capi basic, una quindicina per iniziare, semplici ma di tendenza. Dal tubino nero alle magliette. Non saranno usati sbiancanti e i colori saranno naturali. Con me ci sarà Oscar Scirè che ha una grande esperienza perché useremo sì il cotone bio ma anche tessuti molto nuovi ricavati dagli scarti dei granchi, latte o dalle ortiche. La collezione sarà lanciata per la prossima P/E. Abbiamo trovato anche del cardato, ossia lana riciclata proveniente dal distretto tessile di Pisa, che vanta una lunga tradizione in merito. I capi saranno cuciti da sarte brianzole.

D.: Difficoltà nel comprare abiti trendy ma ecologici, questo il motivo che ti spinge a creare con Oscar Scirè questa linea sostenibile?

R.: Fino a qualche anno fa era proprio impossibile trovarli. Oggi se mi servono capi sportivi uso quelli di Patagonia, un marchio che produce in cotone bio o polietilene riciclato. Ma se servono abiti per altre occasioni allora diventa complicato.

D.: Il vostro target e i prezzi?

R.: Giovani donne tra i 20 e i 30 anni sensibili all’ambiente e che amano confrontarsi con la scelta di capi belli ma etici. I prezzi non saranno alti.

D.. Mi raccomando facci sapere dove e quando potremo acquistarli. Ti sottopongo un altro problema: le scarpe.

R.: Una tragedia trovarne di belle. Se ne trovano di sportive, ma anche io ho difficoltà a recuperare altri modelli.

D.: Tu sei anche impegnata in editoria. Hai pubblicato recentemente due manuali: Risparmiare in cucina e Risparmiare in casa che sono in sostanza i consigli della nonna ma rivisitati in maniera contemporanea.

R.: Brava! I consigli della nonna sono preziosissimi. Ti faccio una domanda: quanti trentenni sanno come smacchiare un tessuto?

D.: Secondo te perché abbiamo perso la sapienza del risparmio, che è poi uno dei cardini della sostenibilità ambientale?

R.: Fondamentalmente c’è stato un gap generazionale. Mia nonna sa ancora come riparare un abito, mia mamma non ci riesce alla stessa maniera. Un po’ per la fretta, un po’ perché ci si è interessato ad altro si è persa la trasmissione di quelle importanti informazioni.

D.: Veniamo ai tuoi impegni in tv.

R.: Sono in onda su Rete4 con Pianeta Mare per cui dovrò registrare una nuova serie e domani sera (stasera per chi legge NdR) sempre sulla stessa rete sarà trasmessa l’ultima puntata de Lo Spettacolo della natura.

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Gamera: L’elicottero umano vola per 12 secondi

Doppio record grazie alla curiosa invenzione di un gruppo di studenti dell’Università del Maryland. Gamera, un elicottero sperimentale in grado di volare sfruttando soltanto l’energia prodotta da gambe e braccia umane, è stato pilotato dalla studentessa Judy Wexler che è riuscita a farlo sollevare da terra per 12 secondi, abbastanza per il record del mondo di volo ad “energia umana” per una donna e per quello americano assoluto.

Gamera ha la forma di una X con il pilota seduto al centro di una mastodontica struttura con le 4 braccia lunghe 18 metri e 4 rotori da 12 metri l’uno. Costruito con un misto di legno e fibra di carbonio pesa appena 95 kg e riesce a sollevarsi da terra con la sola energia di gambe e braccia di un’esile, ma determinatissima, ragazza. L’obiettivo del team di studenti è comunque quello di vincere i 250 mila dollari del Sikorsky Prize, consegnato dall’American Helicopter Society. Avranno bisogno di far volare il loro Gamera per almeno 30 secondi a tre metri da terra, non sarà facile.

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