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Italia record per le tariffe Rc auto

tariffe Rc autoIn Italia gli automobilisti, per quel che riguarda le tariffe per la copertura obbligatoria di responsabilità civile, rimangono rispetto al resto d’Europa i più tartassati.

A ribadirlo è stato il Codacons dopo aver appreso i dati relativi all’ultimissima indagine tariffaria dell’Ivass, Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni, da cui è emerso come ci siano stati dall’inizio del corrente anno aumenti fino al 13% a carico delle donne, e premi in calo invece per gli automobilisti uomini. Secondo l’Associazione trattasi in tutto e per tutto di aumenti tariffari schizofrenici in quanto confermano come il comparto, ai fini della determinazione dei premi, sia una vera e propria giungla.

Non si spiegherebbe infatti altrimenti l’applicazione di premi stellari al Sud, a partire da città come Napoli, e tariffe decisamente più calmierate nel Nord Italia. Lo scenario secondo il Codacons non è cambiato in quanto in Italia i premi medi Rc auto sono più che doppi rispetto a Paesi europei come il Portogallo e la Francia, e comunque superiori tra il 70% e l’80% rispetto all’Olanda ed alla Germania.

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Come chiudere la partita iva

Come chiudere la partita ivaIn questo periodo fatto di nuove leggi e regimi fiscali modificati non è raro trovare lavoratori autonomi che decidono di chiudere la partita iva e rientrare in categorie di retribuzione più convenienti.

In questa guida vedremo quali sono i passaggi da fare per chiudere definitivamente una partita iva, senza perdere ulteriore tempo andiamo a scoprire l’iter stabilito per la chiusura della partita iva.

Come chiudere la partita iva?

Requisito fondamentale per la chiusura della partita iva è attestare l’inattività della stessa, infatti il lavoratore dovrà essere sicuro che la suddetta non sia ancora soggetta a transizioni in corso, come pagamenti con scadenza ancora in corso o altri generi di accordi stipulati con società ed utenze varie.

Nel caso in cui la partita iva sia inattiva per un periodo di tempo di oltre tre anni la legge italiana prevede la chiusura d’ufficio della stessa, come sancito dalla nuova manovra finanziaria. Per chi volesse recuperare l’operatività della partita iva è possibile pagare la sanzione stabilita per legge e ottenere nuovamente la qualifica a poter fatturare con p. iva, nel caso in cui sia stata pagata annualmente la somma di 100 euro circa è possibile continuare regolarmente ad utilizzare la partita iva poiché mantenuta in regola riguardo le retribuzioni.

Detto questo possiamo fare una distinzione netta tra due casi, il primo vede un lavoratore che ha versato ogni anno la quota per mantenere attiva la partita iva, mentre nel secondo caso il lavoratore non ha versato le imposte e quindi la partita iva deve necessariamente essere riattivata tramite pagamento.

Per chiudere la partita iva in modo definitivo è possibile recarsi presso un commercialista il quale provvederà personalmente a compilare la pratica che attesta la volontà di chiudere la partita iva definitivamente. Ovviamente è possibile anche procedere in modo autonomo ma, nel caso in cui dovessero essere presenti pagamenti di imposte arretrati bisognerà prima versare una minima cifra (129 euro solitamente) per poi completare il processo.

Come vedete non è difficile chiudere la partita iva in modo autonomo, però bisogna sempre distinguere i casi in cui ci sono delle imposte arretrate da pagare.

Riepilogando per chiudere la partita iva entro 90 giorni dall’inattività effettiva bisogna compilare il modello F24, identificando il codice 8110 oltre all’inserire i dati anagrafici e il codice fiscale.

Nella sezione TIPO dovrete indicare la lettera R, mentre nella sezione ELEMENTI IDENTIFICATIVI dovrete indicare il numero della partita iva da chiudere e nel campo anno di riferimento l’anno corrente. Esistono altri metodi per chiudere la partita iva anche se resta fortemente consigliato l’utilizzo di questa procedura. In qualsiasi caso la partita iva verrà considerata come chiusa d’ufficio, quindi senza possibilità di essere riaperta o considerata dormiente, rischiando sanzioni ulteriori.

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La Tares sarà 10, 20 volte più cara

La Tares preoccupa gli imprenditoriPeriodo difficile per le imprese italiane che in un anno di dura recessione si trovano a fronteggiare il forte rincaro delle tasse imposto dal governo. In più articoli abbiamo trattato il tema IMU, che oltre ad aver impoverito i bilanci familiari ha avuto un impatto molto forte anche sulle imprese.

Questa volta è la Tares a preoccupare gli imprenditori. Nel Consiglio dei Ministri di sabato, in cui è stato deciso di sbloccare i crediti vantati dalle imprese verso la PA, è stato deciso di postergare il rincaro di 0,30 euro per metro quadro all’ultima rata di dicembre.

La palla passa in mano ai comuni, che entro 30 giorni dal versamento dovranno deliberare il numero delle rate e delle relative scadenze a cui assoggettare il pagamento dell’imposta. In ogni caso secondo le stime degli esperti, la nuova imposta sui rifiuti sarà più casa rispetto alla vecchia TARSU.

Il Sole24Ore fa sapere che “per una famiglia che viveva in un comune in cui la tassa sui rifiuti copriva l’80% del costo del servizio, la rata che verrà pagata a dicembre sarà quasi del doppio rispetto a quella attuale”.

Prevista quindi una maxistangata a dicembre, ed è improbabile considerando l’attuale clima di austerity che il nuovo esecutivo decida di intervenire sull’imposta, che era inserita nel decreto Salva Italia approvato da Mario Monti nel primo consiglio dei ministri del suo insediamento.

La principale rivista economica italiana ribadisce che i rincari forti si avrebbero soprattutto per i piccoli esercizi commerciali.

Secondo uno studio pubblicato da Confcommercio ad esempio un ristorante di 200 metri quadrati, ipotizzando un pagamento in tre rate, pagherebbe 267,6 euro nei mesi di maggio e settembre, ma poi vedrebbe un super salasso nel mese di dicembre, con un aggravio di 4200 euro.

Si tratta quindi di qualcosa che diventa imparagonabile rispetto a quanto si pagava prima, con un impatto maggiorato di 10, 20 volte.

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Questa estate preparatevi ad un mare di tasse. L’elenco delle nuove tasse 2013

nuove tasse 2013La prossima estate sta assumendo sempre più i connotati di una trappola esplosiva per i contribuenti italiani. Tra le nuove tasse 2013 a preoccupare sono, neanche a dirlo, le tasse, tra Iva, Imu, Irpef e Tares. Niente di nuovo sotto il sole, ma una serie di coincidenze che segnano una strada difficile, ed è proprio l’ultima arrivata Tares a far discutere, dato che il previsto rinvio oltre luglio non si farà, a meno di interventi dell’ultimo minuto. Ciò significa che anche per la nuova tassa comunale sui rifiuti e servizi entro luglio bisognerà andare in cassa. Vediamo allora quali sono gli appuntamenti di questa estate esplosiva 2013.

Detto della Tares, che gli analisti già calcolano in netto rialzo rispetto alle precedenti versioni Tarsu e Tia (che da quest’anno non avranno più validità), le scadenze fiscali da segnare in calendario sono tutte piuttosto pesanti in termini di esborso. Ci sarà il consueto acconto Irpef, ci sarà da fare i conti con l’aumento dell’Iva ordinaria dal 22 al 23%, che andrà a colpire moltissimi beni di largo consumo, e infine tornerà l’odiata tassa sulla casa con la prima scadenza in acconto dell’Imposta municipale unica (Imu). Si stima una spesa di circa 5 miliardi in più solo per gli aumenti di Iva, Tares e Imu. Considerando che già quest’ultima nel 2012 è costata agli italiani circa 22 miliardi, volendo calcolare solo Imu e relativi aumenti (pari 27 miliardi), ogni italiano si troverebbe a pagare 450 euro, neonat e ultracentenari inclusi.

Prospettive di cui preoccuparsi, soprattutto in periodo di recessione e di instabilità politica, e infatti la voce dei sindacati non si è fatta attendere. A parlare di “concentrato esplosivo” è stata la leader della Cgil Susanna Camusso: “A giugno c’è un concentrato di scadenze che può diventare esplosivo per le persone. Imu, Tares (che bisognerebbe pagare in soluzione unica) e lo scatto di un altro punto di Iva. La somma di queste insieme ai redditi indeboliti costituisce una miscela esplosiva. Il Paese scenderà ad una velocità tale da non potere più risalire”. Profezia di sventura o scenario realistico? La realtà parla di un potere d’acquisto dei salari sempre più ridotto e di un Pil 2013 previsto in discesa ulteriore dell’1,3%.

Gli analisti paventano il rischio del ritorno del temuto ‘effetto avvitamento‘, con consumi in picchiata, produzione in calo costante, economia in crisi e conti pubblici sempre più sballati. Il governo (che non c’è ancora) dovrebbe intervenire iniettando forze fresche nel sistema economico italiano, ad esempio iniziando a pagare l’enorme debito accumulato nei confronti delle aziende fornitrici dello Stato, mettendo mano al problema pensioni ed esodati e prevedendo un sistema coerente di ammortizzatori sociali per chi, inevitabilmente, finirà per perdere il lavoro nei prossimi mesi. Sembrano interventi comuni, ma nella condizione attuale somigliano più a utopia.

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Italiani pronti per il prelievo fiscale 2013

prelievo fiscale 2013Chi pensava che l’addio al 2012 avrebbe portato sollievo per le tasche degli italiani dovrà ricredersi leggendo i dati di uno studio presentato da Confesercenti: il prelievo fiscale complessivo nel 2013 porterà nelle casse di Stato ed enti locali una cifra pari a 34 miliardi di euro, ovvero qualcosa come 10 miliardi in più rispetto al 2012. Gran parte del ‘merito’ di questo nuovo record è da ascrivere a tasse ben note (per non dire famigerate) come Imu, Tares e Iva, cui si aggiungerà nell’anno in corso anche l’adeguamento Irpeg. Un circolo vizioso che colpisce cittadini e imprese e strozza la capacità d’acquisto delle famiglie.

In attesa di comprendere cosa accadrà nell’immediato post-elezioni politiche 2013 con il nuovo governo e i nuovi piani per il risanamento e il rilancio dell’economia, i numeri di Confesercenti sono di quelli che lasciano poche speranze. Dei 34 miliardi di euro previsti di gettito fiscale, circa 20 saranno a carico delle famiglie, con una spesa media pari a 800 euro per nucleo. Non va poi molto meglio per le imprese, con un esborso totale di 14 miliardi di euro, pari a 3mila euro ad azienda. Inevitabile il tracollo della spesa delle famiglie che, nel solo 2012, è crollata di 35 miliardi (-4%), mentre per il 2013 si prevede un ulteriore calo di 10 miliardi di euro.

Torna così con prepotenza alla ribalta quella stangata fiscale che i partiti politici sembrano aver dimenticato, tutti presi dalla campagna elettorale, ma che a partire da giugno metterà a dura prova la solidità finanziaria degli italiani. Perché proprio giugno? Perché è un mese in cui si incrociano i destini delle tasse più importanti: innanzitutto ritorna l’Imu, la tassa sulla casa il cui destino si saprà solo dopo le elezioni; poi è il mese delle scadenze Irpef, senza dimenticare l’esordio della Tares, la nuova tassa sui rifiuti e i servizi che da sola promette sfaceli. Come se non bastasse, a tutto questo si dovrà aggiungere l’aumento dell’Iva dal 21% al 22%, già deciso dal governo Monti e difficilmente rimandabile oltre.

Se i cittadini piangono di certo le aziende non ridono, visto che lo scenario previsto da Confesercenti è da incubo anche per loro: nel 2012 hanno chiuso ben 64.126 imprese, cifra destinata a schizzare in alto nel 2013 verso cifra 450mila imprese in totale, soprattutto nel commercio al dettaglio penalizzato dalla liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali, che ha portato i piccoli esercizi a perdere quota di mercato. Ripetiamo, i numeri sono davvero neri, ma quel che più preoccupa è che i candidati ancora una volta concentrino i loro sforzi elettorali in altre direzioni (decisamente) meno importanti.

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Prelievo forzoso in Italia non può essere escluso del tutto

Prelievo forzoso in Italia Il prelievo forzoso dai conti correnti delle banche di Cipro ha fatto scattare le preoccupazioni di decine di milioni di risparmiatori europei, in particolare di coloro che hanno depositato i propri risparmi nelle banche di paesi della periferia europea. Cipro, piccola isola appartenente all’Ue-17, è stata messa in salvo da Europa e Fmi con un piano di aiuti da 10 miliardi di euro, ma in cambio è stata chiesta la tassazione forzata dei conti correnti.

Secondo The Wall Street Journal, il prelievo dai conti avverrà per tre diversi scaglioni.

Sui depositi fino a 100mila euro la patrimoniale dovrebbe essere del 3%, del 10% tra i 100mila e i 500mila euro e del 15% per i depositi superiori ai 500mila euro. Un vero e proprio salasso per i correntisti che detengono il proprio denaro nelle banche cipriote (la metà è di risparmiatori stranieri, soprattutto russi). Tuttavia, non sarebbe una mossa unidirezionale come avvenne in Italia nel 1992, quando il governo Amato istituì una patrimoniale dello 0,6%.

Nel caso di Cipro, i correntisti otterrebbero in cambio azioni delle banche in cui detengono il denaro. Il salvataggio choc di Cipro rischia di creare un precedente e di creare il panico tra i correntisti di altri paesi europei. Secondo Giuseppe Vegas, numero uno della Consob, una misura del genere non dovrebbe verificarsi anche per l’Italia.

Tuttavia, in Italia ci fu evento simile poco più di vent’anni fa. La patrimoniale fu applicata dal governo Amato l’11 luglio 1992 con un decreto retroattivo dal 9 luglio per un ammontare pari allo 0,6%. Da un giorno all’altro furono messe le mani sui risparmi degli italiani, a causa di una drammatica situazione delle finanze pubbliche. Il rischio che un evento simile possa verificarsi anche oggi non può essere escluso del tutto, considerando che l’Italia soffre di gravi problemi di indebitamento pubblico.

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Tares – La nuova tassa sulla casa

nuova tassa sulla casaDal 2013 gli italiani dovranno fare i conti con la Tares, la nuova tassa comunale sui rifiuti e i servizi introdotta dalla Legge di Stabilità. Prevista inizialmente fin dallo scorso gennaio, ha subito numerosi rinvii fino allo slittamento finale al mese di luglio, posticipata a puri fini elettorali per rivederne la logica e il funzionamento. Allo stato attuale la situazione politica non fa però pensare a grossi cambiamenti nella struttura della Tares, quindi cerchiamo di capire qual è la natura di questa nuova tassa e soprattutto come si calcola.

La Tares può essere definita come una tassa ombrello che dovrebbe riunire sotto di sé tutte le imposte locali relative alla spazzatura e ai servizi comunali, il che vuol dire che si tratta a tutti gli effetti di una nuova tassa sulla casa. L’aumento rispetto alle attuali tasse sui rifiuti dovrebbe aggirarsi intorno agli 80 euro, facendo della Tares un balzello in media più caro dell’Imu. Allo stato attuale la Tares, secondo i calcoli effettuati dalla Cgia di Mestre, costerà circa 2 miliardi di euro in più rispetto alla vecchia Tarsu e alla Tia, con un aumento medio del 29% a famiglia e un gettito complessivo a carico delle famiglie e delle imprese di almeno 8 miliardi.

Tia e Tares

Il nuovo tributo sui servizi comunali inizialmente era stato chiamato Res, salvo poi un ripensamento dell’ultimo istante che ha portato il nome a Tares. Cambia la forma ma la sostanza resta invariata: dal 1 gennaio 2013 ha sostituito a tutti gli effetti le già note Tarsu e Tia, tentativo di razionalizzare il sistema della tassazione sui rifiuti, eliminando la sovrapposizione tra diverse tasse e introducendo un nuovo tributo riferito più in generale ai servizi comunali. Il termine tributo non è casuale, perché la nuova tassa dovrebbe essere esente da Iva, quindi diventerà impossibile anche la richiesta di rimborso della stessa da parte dei contribuenti.

Il riferimento per l’imposizione sarà l’immobile e la sua superficie catastale, ma la Tares colpirà sia chi abita in casa di proprietà sia gli affittuari. A differenza di quanto accade per l’Imu, i contribuenti non sono solo i proprietari di immobili, perché la Tares si applica a tutti coloro che “occupano o detengono locali o aree scoperte“. Il tributo sarà composto da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio e da una quota rapportata alla quantità dei rifiuti conferiti dal singolo contribuente.

Qualche esempio sulla spesa arriva da un’elaborazione Centimetri: per un’abitazione di 114 mq si pagheranno in media 73 euro in più, con un picco rispetto alla Tarsu del 35,5% al Centro; per un negozio di 70 mq la spesa media in più sarà di 98 euro (picco al Centro con +25,9%); per un capannone di 1.200 mq si pagheranno 1.133 euro in più in media rispetto alla Tarsu, con il Centro Italia sempre al top per spesa. Il risultato è che, nella media nazionale tra i vari esempi, la Tares costerà in media 946,7 euro in più rispetto alla Tarsu.

Come si calcola la Tares

In pratica la Tares servirà a coprire non soltanto i costi derivanti dal servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti ma anche di tutti quei cosiddetti servizi indivisibili, come la gestione delle strade, la sicurezza, la manutenzione degli impianti fognari e molti altri ancora sempre di competenza dei Comuni. Saranno proprio le municipalità, stante il regolamento statale, ad introdurre poi eventuali misure per la riduzione del tributo in base alle specifiche situazioni (si pensi ad esempio agli immobili non abitativi o le case di proprietà di persone che vivono all’estero).

Al tempo stesso però saranno sempre i Comuni a realizzare la tariffa applicando sistemi di misurazione puntuale delle quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico. Pagheremo tutti di più, sia coloro che sono soggetti a Tia sia quelli che ancora pagano la Tarsu (oltre l’80% degli italiani), con rincari di 30 centesimi per metro quadro (fino a 40) sulla tassa sui rifiuti attuale. Come se non bastasse, anche la componente rifiuti dovrà aumentare il conto rispetto ad oggi, perché la Tares dovrà finanziare integralmente il costo del servizio rifiuti, cosa che oggi accade solo nei Comuni che applicano la tariffa Tia (circa il 16% del totale).

Cosa significa in concreto ce lo spiega una nota della UIL: la Tares, dovendo finanziare anche il costo dei servizi indivisibili forniti dal Comune, necessiterà di un indispensabile extra sulla spesa, rimborsato ovviamente dai cittadini con la sovratassa di 30 centesimi al metro quadro (o 40, come detto). Queste due aggiunte da applicare alle attuali tariffe Tarsu peseranno mediamente 53 più 27 euro, per un totale appunto di 80 euro di ulteriore spesa. Per l’Imu sulla prima casa, la famiglia media ha pagato 275 euro, mentre di Tares ne verserà 305, quando invece la Tarsu si fermava a 225 euro. Ovvero il 37,5 per cento di spesa in più, 80 euro.

Il primo pagamento dovrebbe avvenire, come detto, a luglio 2013, e in questo caso la Tares si baserà sulle stesse superfici dichiarate ai fini Tarsu o Tia, perché solo quando avverrà lo scambio di informazioni effettivo fra Catasto e Comuni, la tassa assumerà la propria base imponibile effettiva (80% della superficie catastale dell’immobile). Dal prossimo anno la Tares si comporrà di 4 rate, fissate per legge a gennaio, aprile, luglio e dicembre, ma per il 2012 è ormai troppo tardi per questa suddivisione, e allo stato attuale non è ancora chiaro quante altre rate dovremo pagare oltre quella di luglio e (probabile) di dicembre a saldo in base in base alle decisioni dei Comuni. Percorso comune all’Imu, che pone seri interrogativi sulla liquidità dei contribuenti.

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Mutui sempre più ristretti

Mutui ristrettiL’accesso alla casa con un mutuo è subordinato in Italia al possesso di liquidità tale da coprire fino ad oltre il 40% del valore dell’immobile.
Questo stando ad un’ultimissima indagine della Banca d’Italia da cui è emerso come gli importi medi erogati dalle banche coprano solo il 58% circa dell’operazione. Il che significa che per un immobile di 200 mila euro da acquistare con un mutuo possono servire fino ad oltre 80 mila euro di liquidità.

Trattasi di una sorta di barriera di ingresso che contribuisce ad un calo delle erogazioni di nuovi mutui che oramai in Italia è diventato cronico. In altre parole nel nostro Paese è oramai un miraggio non solo il mutuo 100%, ma anche quello fino all’80%, percentuale fino alla quale gli istituti di credito possono spingersi. Ma solo sulla carta visto che poi in realtà l’importo erogato è quasi sempre decisamente più basso.

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Il mercato immobiliare è ancora in crisi

mercato immobiliare in crisiAndamento negativo per i prezzi della case e per i mutui, che coprono appena metà del valore delle case.

L’ultima indagine della Banca d’Italia mostra che anche nell’ultimo trimestre del 2012 il mercato immobiliare italiano è rimasto debole. I dati, infatti, sono tutti negativi: il divario tra domanda e offerta per l’acquisto di abitazioni, anche tramite un mutuo casa, si è accentuato, così come la flessione dei prezzi, le giacenze, e i nuovi flussi di incarichi per la vendita.

Secondo Bankitalia, inoltre, i finanziamenti bancari ricoprono solo il 57,8% del valore dell’immobile. Non c’è dunque da stupirsi se la percentuale di persone che scelgono di contrarre un mutuo si è ridotta di circa tre punti e mezzo su base congiunturale (da 59,6% a 56,2%).
Si tratta di dati che non lasciano ben sperare per il futuro, soprattutto a breve termine, con attese negative sia per il mercato locale, che nazionale. Ci si aspetta infatti un nuovo calo dei prezzi da parte del 72,2% delle agenzie, mentre con un po’ di ottimismo c’è chi pensa in un possibile rialzo, ma la percentuale di quest’ultimi rimane trascurabile.
Qualche nota positiva si avverte invece sul medio periodo. Nel giro di due anni si stima infatti una debole ripresa: sarebbe la prima volta dal terzo trimestre del 2010. In aumento anche la quota di operatori del settore che spera in condizioni migliori (37,8%), per la maggior parte residenti al Sud e nelle Isole, mentre il Nord Est si dichiara più pessimista.

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Le cento voci di spesa del redditometro

Le cento voci di spesa del redditometroCento voci di spesa e undici grandi categorie: c’è il rischio di “impazzire” con il redditometro che è ormai pronto per entrare nel vivo. La Gazzetta Ufficiale ha accolto il decreto per il debutto vero e proprio ed è un avvio su cui fa molto affidamento l’Agenzia delle Entrate per stroncare una volta per tutte il problema dell’evasione fiscale. Marzo sarà il mese decisivo in questo senso. Approfondiamo dunque nel dettaglio le voci e le categorie che sono state prese in considerazione.

La prima grande categoria è quella dell’abitazione: al suo interno sono ricomprese voci come l’abitazione principale, le altre abitazioni, le apparecchiature elettroniche, le ristrutturazioni, intermediari mobiliari, elettrodomestici, mutui, arredi, energia elettrica, telefonia fissa e mobile e gas). Si prosegue poi con i mezzi di trasporto (automobili, minicar, caravan, moto, aeromobili, imbarcazioni e mezzi di trasporto in leasing o a noleggio).

Non mancano le assicurazioni (responsabilità civile, furto, incendio, vita, danni e malattie) e i contributi previdenziali (obbligatori e volontari, oltre alla previdenza complementare). Si prosegue poi con l’istruzione (anche master e scuole di specializzazione), le attività sportive e ricreative (abbonamenti televisivi e giochi online), la cura della persona (alberghi e centri benessere), le altre spese significative e gli investimenti immobiliari e mobiliari netti.

Il Fisco cercherà di capire quali scostamenti significativi il contribuente non sarà stato capace di spiegare o dimostrare. In pratica, si partirà dalle spese reali di un anno, il cosiddetto “elemento indicativo di capacità contributiva”: il risultato verrà poi confrontato con il paniere dell’Istat (Istituto Nazionale di Statistica), in base al territorio e al tipo di famiglia. In caso di assenza di stime dell’Istat, si ricorrerà invece alle analisi o agli studi socio-economici.

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Rimborso Iva versata ma non dovuta sulla tassa sui rifiuti

Rimborso Iva versata ma non dovuta sulla tassa sui rifiutiIl 2013 segna l’inizio dell’era Tares, ma intanto ancora non si placano le polemiche sul rimborso Tia, che riguarda l’Iva versata ma non dovuta sulla tassa sui rifiuti. Anzi, proprio l’arrivo della nuova tassa sui rifiuti e servizi fa tornare l’argomento Tia (Tariffa Igiene Ambientale) di stretta attualità per quei contribuenti che per anni hanno pagato più di quanto necessario. Il riferimento è al 10% di Iva che si applica a qualsiasi prestazione di servizi, e che però sul finire del 2012 Corte Costituzionale e Corte di Cassazione hanno dichiarato illegittima.

Vediamo allora come si ottiene il rimborso Tia.

E’ stato Altroconsumo a farsi portavoce della protesta dei cittadini, invitando chiunque abiti in un comune dove è stata applicata la Tia (Tia1 o Tia2) a informarsi presso gli uffici delle amministrazioni locali, perché sono molte le municipalità che applicano l’Iva nonostante da 3 anni sia stata considerata illegittima. A tal proposito l’associazione ha messo a disposizione anche un numero verde (800.18.99.72) e una pagina apposita sul suo sito web. Detto questo, cerchiamo di capire meglio cosa è successo e su cosa si basa la richiesta di rimborso.

Prima che la Tares venisse ufficialmente creata, in Italia agivano (e agiranno almeno fino a luglio 2013) tre tipologie diverse di tassa sui rifiuti, in base alle scelte del Comuni, ovvero Tarsu, Tia1 e Tia2. I Comuni che applicavano la vecchia Tarsu sono gli unici in cui l’Iva sui rifiuti non è stata inclusa nel costo a carico del cittadino. Però sono ben poche le città che non sono passate negli anni scorsi alla nuova tassa, la Tia, introdotta a suo tempo come entrata non tributaria ma di natura patrimoniale, quindi da assoggettare ad Iva. Le due Corti hanno però ribadito che l’Iva non va pagata, perché si tratta di un’entrata tributaria che non può costituire il corrispettivo di servizio reso.

Si tratta dunque di una tassa indivisibile, non misurabile e tariffabile (come accade per acqua e gas), che non può essere considerata tariffa. Questa decisione, che comunque non ha valore d’obbligo per gli enti interessati, ha spinto molti a chiedere il rimborso dell’Iva per il periodo di applicazione della tassa Tia, ovvero gli ultimi dieci anni. I Comuni hanno passato la palla allo Stato, e si calcola che il totale da restituire ammonti a 1.270 milioni di euro, con una Iva media pro capite da restituire di 208,20 euro per gli anni dal 2000 al 2011. Qui è il vero nodo: se alle imprese lo Stato ha restituito 2,2 miliardi di crediti Iva, le famiglie dovranno aspettare.

Anche se non ci sono fondi nelle casse dell’apposito Fondo restituzione imposte del ministero del Tesoro, alcuni Comuni hanno iniziato a raccogliere le adesioni per il rimborso, mentre altri hanno addirittura già stilato la graduatoria degli aventi diritto. Il tutto mentre stanno per andare in pensione sia la Tarsu che la Tia, per l’introduzione della Tares, nuovo tributo sui servizi comunali (concetto più ampio dei soli rifiuti), che dovrebbe avere natura tributaria e quindi essere esente da Iva. Il che non solleva lo Stato dal problema rimborsi, per i quali, c’è da scommetterci, passeranno molti molti anni.

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A breve al via i controlli sui conti correnti

A breve al via i controlli sui conti correntiDa aprile scatteranno i primi controlli sui conti correnti, effettuati congiuntamente da Fisco e Agenzia delle Entrate.

Ecco cosa è necessario sapere.

Ore contate per gli evasori fiscali. Il Redditometro, che entrerà in funzione dal primo di aprile, passerà in rassegna i circa 40 milioni di conti correnti bancari di quegli investitori, che hanno effettuato movimenti “sospetti” in un arco temporale estremamente breve. Negli ultimi giorni le polemiche hanno finito per creare confusione su questo strumento, ecco come funzionerà.

Secondo quanto dispone il decreto legge n. 201/11 (successivamente convertito nella legge n. 214/2011) “recante disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, entro il 31 marzo 2013 tutti gli operatori finanziari (Poste, Banche, assicurazioni, fiduciarie, società di intermediazione) hanno l’obbligo di trasmettere all’Anagrafe tributaria i seguenti dati: saldo iniziale e finale; accrediti e addebiti; acquisto di titoli e fondi; frequenza di accesso alle cassette di sicurezza; gestioni patrimoniali; gestione conti deposito bancari (obbligazioni, titoli, risparmio).

La trasmissione di queste informazioni, che la giurisprudenza considera “sensibili” per via del loro carattere estremamente confidenziale, devono avvenire tramite i seguenti i seguenti strumenti: il SID, “Sistema di interscambio” con procedure automatizzate; un server FTP; PEC (posta certificata) per file di piccole dimensioni.

I dati relativi a saldo e operazioni compiute sul conto corrente confluiranno negli archivi dell’Agenzia delle Entrate, dove saranno sottoposti a un controllo congiunto con le Fiamme Gialle che, come da calendario, avverrà nei mesi di marzo/aprile e luglio 2013.

Per prepararsi a questi temutissimi controlli, è consigliabile ridurre allo stretto necessario il numero di conti (online e tradizionali) e le spese effettuate (soprattutto qualora queste risultino difformi a quanto sottoscritto in sede di dichiarazione), avendo l’accortezza di limitare soprattutto il prelievi di contante.

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